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Economia irpina, fast food in crescita anche ad Avellino

Economia – Netto incremento del fast-food in Italia .Avellino segue il trend, ma e’ crisi nera per il settore commerciale.

Da uno studio condotto da Coldiretti risulta che il 35% dei consumi alimentari degli Italiani avviene in bar e ristoranti. L’Italia difatti figura nettamente in testa, con 440 imprese di ristorazione ogni 100mila abitanti, alla graduatoria europea. Il risultato corrisponde quasi al doppio di Francia (239) e piu’ del doppio rispetto a Germania (198) e Gran Bretagna (181).

La tendenza a mangiare fuori casa e’ quindi in netto aumento, raddoppiata negliultimi dieci anni, specie in quei luoghi di transito, quindi centri commerciali, stazioni ma anche nei piu’ disparati locali vicini ai luoghi di lavoro. Fare uno spuntino nella pausa pranzo fa guadagnare tempo ed evita le grandi abbuffate che non si conciliano con il prosieguo delle attivita’ lavorative. Pizza  a pranzo oppure un aperitivo ricco, coniugano il piacere dello spuntino alla velocita’ del consumo. Per questa pausa pranzo l’italiano spende mediamente €.3,50 per la sosta al bar ed €.7,40 per un pasto veloce.

La Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) ha registrato oltre 12mila nuoveimprese nei primi nove mesi del 2015, ma nello stesso periodo oltre 20mila hanno cessato l’attivita’. Questi dati rivelano che il settore e’ vivace ma nello stesso tempo sclerotico, dal momento che le chiusure sono quasi il doppio delle inaugurazioni. E questo fenomeno negativo si ripete da qualche anno anche nella nostra citta’. Ad Avellino si contavano lo scorso anno, tra Piazza d’Armi e via Mancini una ventina di bar, molti dei quali oggi hanno chiuso i battenti. Cio’e’ dovuto ad un’ apertura indiscriminata  di esercizi in un bacino di utenza limitato. In molti casi per la penuria di lavoro ci si e’ buttati a capofitto, magari allettati dal prestito d’onore (misura governativa che ha elargito fino a50mila euro per singola nascente attivita’). Si e’ intrapresosenza fare la benche’ minima ricerca di mercato; e non era necessario incaricare una societa’ di consulenza per capire che la zona era gia’ satura, per una cittadina che non ha flussi turistici, ne’ grosse attivita’ industriali o commerciali. Pertanto si e’ verificata una specie di ruolette russa ove i nuovi arrivati hanno danneggiato, oltre che se stessi, anche gli esistenti e messo in crisi perfino i decani del settore. Andando a ritroso nel tempo, possiamo affermare che la decimazione per il commercio avellinese ha coinciso con l’apertura dell’Ipercoop,centro commerciale multisettoriale che, in quanto tale, ha catturato clienti in svariati settori, accelerando il declino dei dettaglianti minori. Si dira’: ma questo e’il frutto della globalizzazione. D’accordo, ma se anche il centro Coop soffre, tant’e’ che i dipendenti rischiano a stagioni alterne la mobilita’verso altre filialiperche’ i ricavi non sono quelli previsti, cio’e’ sempre dovuto al fatto che il bacino di utenza e’ limitato. I 55mila avellinesi non possono consumare per tre e sia nella provincia che nel circondario si son diffusi gli ipermercati, come era prevedibile. Riteniamo quindi che se si fosse adottata unapiu’ accorta politica di ramificazione della rete commerciale  non staremmo oggi a parlare di crisi profonda del settore in citta’.

Dario Alvino

 

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