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Dov’è finito il voto di opinione?

Dove sia finito il voto di opinione, alle elezioni primarie per l’investitura del candidato sindaco di Napoli, in molti in verità se lo chiedono. Il sistema delle voto delle primarie fu creato, ad hoc, per favorire il consenso ampio che la pubblica opinione intende dare ad un candidato piuttosto che ad un altro, allo scopo di sottrarre il processo di formazione della classe dirigente di un partito ai meccanismi atavici di acquisizione delle tessere, che evidentemente prediligevano altre dinamiche.
Orbene, i fatti emergenti in merito alle vicende napoletane – nel cui contenuto, ovviamente, non entriamo – dimostrano che il voto di opinione rischia di divenire sempre più marginale, se è vero che, al di fuori di un seggio, un grande elettore di questo o di quel candidato può convincere, con pochi euro, un cittadino a votare in favore del proprio prescelto, a prescindere da qualsiasi altra nobile valutazione di ordine generale. Così facendo, è ineluttabile che il meccanismo delle primarie venga svilito, per cui non solo il PD, ma tutti i partiti italiani dovranno, a breve, tornare ad interrogarsi sui criteri, che devono essere allestiti allo scopo di favorire la nascita di una classe dirigente autorevole, su cui – ovviamente – non cada l’ombra di un voto poco trasparente, quale strumento della sua promozione. Dal momento che non ci interessa entrare nel fatto della cronaca napoletana, da cui la nostra riflessione pure prende le mosse, è opportuno evidenziare come una simile degenerazione mette in serio pericolo gli esiti ultimi del processo democratico, perché si rischia di dare un’investitura, apparentemente, legittima ad un iter di selezione dei gruppi dirigenti, che nasconde molte più insidie di quelle che venivano in essere, quando le segreterie dei partiti decidevano, a tavolino, le sorti di questa o quella corrente interna, di questo o quel leader.
Peraltro, il discredito, che è piovuto sul meccanismo delle primarie, farà sì che, nei prossimi anni, non solo il PD, ma tutti i partiti dell’arco costituzionale odierno si allontanino, progressivamente, da siffatta metodologia, prediligendo altri automatismi, che decreteranno lo spegnimento della democrazia diretta, visto che, nel corso dell’ultimo ventennio, la ricerca di un rapporto immediato fra l’elettore e l’eletto ha peggiorato e non migliorato – come, invece, si auspicava – la qualità del processo decisionale, ridotto ormai sempre più ad un atto verticistico, in particolare all’interno di organizzazioni complesse ed articolate, quali sono i grandi partiti di massa. Per tal via, non potrà che crescere l’astensionismo e, grazie a questo, un sentimento fortissimo di avversione alla politica ed alle sue dinamiche, che saranno viste sempre più un inutile, se non dannoso orpello, meritevole di essere rimosso per lasciare spazio alla meritocrazia ed alla legalità. Si salverà l’Italia da tanta repulsione verso i partiti ed i loro protagonisti?
O, forse, per sottrarci al capobastone di turno di questa o quella formazione politica, cadremo nelle mani di un novello Napoleone, che penserà di poter pacificare ciò che, oggi, appare pesantemente diviso e non riducibile ad unità?

Rosario Pesce