Home Attualità Depressione post-partum: come riconoscerla, l’essere madre e la fatica di esserlo

Depressione post-partum: come riconoscerla, l’essere madre e la fatica di esserlo

Uscire dallo stereotipo coincide con l'inadeguatezza ad essere madre

La depressione postpartum si presenta nel  10-15% della popolazione femminile, compare entro 6 mesi dal parto ed ha un decorso che varia da poche settimane a vari mesi; sostanzialmente ha le stesse caratteristiche di un episodio depressivo maggiore e richiede un trattamento specifico da parte di professionisti. Il quadro sintomatologico include:

  • Sentimenti di inadeguatezza e di disperazione;
  • Ansia ed ipersensibilità; disturbi del sonno e dell’appetito; calo del desiderio sessuale;
  • Pensieri di morte e suicidari;
  • Trascuratezza verso se stessa e il bambino; vergogna, rabbia verso se stessa e i familiari.

Si manifestano molto comunemente paure immotivate legate alla salute del neonato o ansia ingiustificata nell’accudirlo (paura di farlo cadere; di non riconoscere segnali di malattia o di disagio nel bambino, paura di fargli male, paura di ucciderlo in un momento di rabbia o sconforto). Ipersensibilità al pianto del bambino che suscita crisi di ansia e di sconforto soprattutto se protratto per più di qualche minuto.

Dalla depressione post partum alla  psicosi puerperale

La psicosi puerperale (o psicosi postpartum), che costituisce il quadro sintomatologico più grave, colpisce lo 0,1-0,2% delle donne e si presenta da pochi giorni ad un mese dopo il parto e, oltre ai tratti caratteristici della depressione, si manifesta con disorientamento, idee suicidarie e sintomi deliranti di tipo psicotico relativi alla salute del neonato, all’inadeguatezza ed all’incapacità di accudirlo.

Nel 4-5% dei casi la psicosi postpartum non trattata si risolve nel suicidio della madre o, peggio, nell’infanticidio (4%) .  In caso di trattamento terapeutico appropriato (che spesso prevede l’ospedalizzazione) il quadro psicotico si risolve in maniera ottimale, salvo considerare il fatto che tende a recidivare in caso di una nuova gravidanza.

È necessario specificare, però, che la depressione postpartum ha una componente multifattoriale e la sua insorgenza è strettamente correlata ad una serie di fattori di rischio che aumentano la probabilità del suo manifestarsi bassa autostima della madre, depressione in gravidanze precedenti, anamnesi di depressione prima della gravidanza, gravidanza non desiderata, inaspettata o fortemente a rischio, qualità del rapporto di coppia, problemi socioeconomici, stress legato alla cura del bambino, temperamento del neonato e, soprattutto, assenza e scarsa qualità di supporto familiare e o sociale.

La depressione postpartum è un disagio piuttosto misconosciuto;  rarissimi sono gli interventi a favore della prevenzione e sporadici gli sforzi a favore delle madri depresse.  La nascita, infatti, è nell’immaginario collettivo un momento che può essere solo positivo e che deve essere vissuto con gioia, serenità ed entusiasmo; uscire da questo stereotipo sembra coincidere con l’inadeguatezza ad essere madre.

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Perchè non si accoglie il malessere della mamma?

Gli altri stentano a comprendere il malessere di una donna che vive con ansia, paura, senso di impotenza e di solitudine il momento della maternità ed il cambiamento radicale dello stile di vita che obbliga la sua esistenza a ruotare intorno al bambino ed ai suoi bisogni. La madre, dal canto suo, teme di essere giudicata negativamente e dissimula una tranquillità che è ben lungi dal provare.

Tutto ciò contribuisce al suo isolamento ed aumenta i sintomi stessi della depressione a scapito del benessere relazionale fra madre e neonato nei primi fondamentali mesi in cui si struttura il legame di attaccamento. Altro stupefacente atteggiamento scientifico è il maggior interesse nei confronti del benessere del neonato rispetto al benessere della madre. Esistono, infatti, centinaia di pubblicazioni che sottolineano i negativi riflessi affettivi nello sviluppo di un bambino che ha avuto una madre depressa.

Donna e madre, superare gli steriotipi

Provate ad immaginare: una donna, fino a quel momento abituata a lavorare fuori di casa, a muoversi senza problemi e a gestire autonomamente le proprie giornate improvvisamente, come madre, si ritrova chiusa in casa per la maggior parte della giornata, non ha spazio per coltivare se stessa ed i suoi interessi, è fisicamente stanca, tutte le sue attenzioni sono rivolte al bambino, ha difficoltà a passare del tempo con i propri amici, ha dovuto abbandonare il suo lavoro e, magari, nei momenti in cui insorgono dubbi sull’accudimento del figlio non ha a disposizione alcuna figura che possa supportarla.

Non è comprensibile che viva dei momenti di depressione e di abbattimento?

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Ma ritengo che prima di tutto bisognerebbe cambiare la mentalità.  È piuttosto paradossale, infatti, che si accetti l’evoluzione del ruolo di donna ma ci si ostini a voler rimanere ancorati al passato quando si parla di ruolo materno: se una madre vive il disagio di essere sola o di sentirsi oppressa dagli impegni della maternità è, nella mentalità comune, un’egoista.

In realtà è solo una donna del suo tempo che andrebbe sostenuta nella sua genitorialità da piani di prevenzione che rispettino i nuovi cambiamenti socio-culturali e non si limitino a ribadirgli i danni che può provocare al figlio. Se al disagio si aggiunge incomprensibilmente il senso di colpa temo che la depressione sia il minimo che ci si possa aspettare di provocare in una donna.

E una donna che sperimenta il conflitto fra l’essere madre e la fatica di esserlo si sente già abbastanza inadeguata verso suo figlio e mi sembra poco proficuo l’aiuto di esperti che illustrano scientificamente il danno che come madre può fare al bambino che, al di là del conflitto interiore che prova, è comunque la sua prima preoccupazione!