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La crisi economica che colpisce i giovani: più poveri dei genitori e dei nonni

Nell’ultimo decennio si sta vivendo un atroce sconvolgimento dell’ordine economico nelle nostre società, in quanto i figli sono diventati molto più poveri dei genitori, senza dover per forza andare indietro nel tempo anche dei propri nonni, ed il fatto si aggrava se consideriamo che tale condizione è destinata a rimanere invariata per un bel po’ di tempo. A ben vedere gli annali economici degli ultimi 70 anni, quindi dalla fine del secondo conflitto mondiale, non si era mai verificata una tale condizione, né si pensava fosse possibile una tale recessione nella ricchezza intergenerazionale. Come sempre, il nostro paese si distingue, nel novero dei paesi industrializzati, come quello in cui questo capovolgimento economico intergenerazionale è in valore assoluto più travolgente.

L’impoverimento generalizzato delle nuove generazioni, in particolare dei trentenni e dei quarantenni, e la asintomatica inversione delle aspettative in materia economica, sono i fenomeni comprovati dall’ultimo Rapporto McKinsey, il titolo è significativamente “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality“, ovvero, più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi. Il fenomeno, a detta del gruppo di redattori del rapporto è complessivo, e realmente senza irregolarità nell’intero mondo avanzato.

Certo è che alla luce di queste risultanze, il rapporto potrebbe anche dare delle risposte ulteriori a dilemmi che naturalmente potrebbero nascere nel leggerlo, come la possibilità di spiegare – in una ottica di pura valutazione ideale – il disagio sociale diffuso che sta alimentando alcuni populismi, quindi anche una chiave di lettura della Brexit passando per gli scontri tra polizia e afroamericani  in Usa, e persino le linee guida della contestatissima campagna elettorale del miliardario Donald Trump, se tutto in effetti avesse una consecutio oggettiva. Di sicuro il più devastante risultato dell’impoverimento delle nuove generazioni e dello shock generazionale connesso si lega alla sfiducia, di molta parte dei cittadini, verso i benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio e di tutto ciò che gli anni ottanta e novanta del secolo scorso hanno cristallizzato come fonte di ricchezza. Nello specifico, il rapporto ha preso in esame le 25 economie più ricche del nostro pianeta, dall’Occidente a gran parte dell’oriente più avanzato, e prende in considerazione anche i cicli temporali ed economici in cui il fenomeno ha preso i natali e si è sviluppato, concentrando l’azimut della crisi nel periodo storico 2005-2014.

Per chi è avvezzo alla economia e un po’ alla storia contemporanea, si accorgerà che questi nove anni portano con sé: la grande crisi finanziaria ed economica del 2008; la stagnazione reddituale e finanziaria di una fascia di popolazione compresa tra il 65% e il 70%, se non in calo rispetto al 2004. Stiamo parlando, in moneta spicciola, di un problema che affligge ben seicentomila persone, un pubblico immenso, pari a due volte la popolazione dei soli Stati Uniti, un effetto di depauperamento che non aveva più avuto importanza dalla fine del secondo conflitto mondiale, e se avesse avuto visibilità, si stimava avesse colpito, un termine significativo, quote di uno o due milioni di persone in tutto il mondo, almeno nel periodo dal 1992 al 2004.

Ora il fenomeno si è accresciuto come una macchia d’olio e sta invischiando tutti, senza distinzione di sesso, razza, condizione economica di partenza, età e luogo- L’Italia, purtroppo, si distingue per il primato negativo, essendo la nazione più bastonata dal fenomeno, considerato che le stime parlano di un 97% delle famiglie italiane che al termine del novennio si è ritrovata al punto di partenza, in termini di reddito ma non in termini di potere di acquisto, o si ritrova con un reddito diminuito, si pensi alla riduzione dei salari e le modifiche al ribasso delle forme salariali, se non proprio senza un reddito per quelle famiglie colpite da effetti di disoccupazione indotta da chiusure di fabbriche o prepensionamenti andati a male.

E se Atene piange, Sparta non ride, e così anche gli Stati Uniti si ritrovano a inseguire il triste record, una nazione dove nonostante gli sforzi di Obama e una lenta ripresa, stagnazione dei redditi o arretramento degli stessi colpiscono l’81% degli statunitensi. Seguono paesi come Inghilterra, a questo punto pre-Brexit, e la Francia pre-Isis; decisamente meglio va per la Svezia, dove solo due cittadini su 10 vivono la difficoltà economica, forse grazie ad un diverso approccio dell’intervento pubblico in economia, un sistema efficiente che ha molto da insegnare a molti paesi occidentali, e soprattutto alla storia degli interventi pubblici nel nostro paese.

L’altro aspetto del rapporto riguarda le aspettative dei giovani, definiti come i primi a vivere la condizione di essere più poveri e meno impiegati dei propri genitori. In particolar sono i lavoratori giovani e quelli meno istruiti ad essere colpiti più severamente, rischiando di finire la loro vita in uno stato di indigenza più grave di quello vissuto nella stessa fascia d’età dai loro padri e dalle loro madri. Certo è che per molta parte di questa generazione ce ne è consapevolezza e, di riflesso, la cognizione che qualcosa si deve muovere nel breve periodo, come si è consapevoli che solo attraverso talune strade, come le esperienze all’estero o la migrazione, si possa trovare una soluzione almeno personale.

Ovviamente il rapporto non si ferma a dipingere il solo quadro della situazione, ma vi inserisce delle differenziazioni importanti per capire come uscirne e in che tempi, in buona sostanza propone delle matrici da cui partire, per gli Stati coinvolti nel fenomeno, per trovare le soluzioni migliori attingendo da esperienze già attive e parzialmente vincenti. Il caso scandinavo viene segnato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro, sottolineando come quell’area si sia mossa per mantenere i posti di lavoro, ottenendo una conservazione dei redditi disponibili. Perfino gli Stati Uniti, hanno fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato, riducendo la pressione fiscale sulle famiglie, riduzione del cuneo, e aumentando i sussidi di welfare, temporaneamente e a condizione, compensando l’impoverimento con qualche lieve successo.

In Italia, giusto per non far brutta figura, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, poste in essere proprio per ridurre il gap economico, il risultato finale è peggiore della sindrome, portando la totalità delle famiglie a stare peggio in termini di reddito disponibile rispetto al potere di acquisto. E pensare che se lasciata a sé stessa, l’economia nostrana non riuscirebbe a curare l’impoverimento esistente, neppure se dovesse ricominciare a crescere a livelli teutonici, mentre se dovesse crescere con l’attuale “zero virgola qualcosa” potrebbe recuperare punti percentuali in decenni.

Non esiste una ricetta univoca o un palliativo capace di riportare tutto in ordine e nel breve periodo, bisogna però comprendere che bisogna almeno cambiare l’indispensabile per ridurre sprechi e perdite di competitività, spingere sulla ricerca di ricette di welfare più innovative e basate su redistribuzioni non più proporzionali ma legate ad un riequilibrio della forbice del reddito. Bisogna evitare gli sprechi pubblici e le prebende sociali di parte, snellire la burocrazia e riequilibrare le chances di lavoro per tutti, stimolare domanda e offerta con politiche di incentivo finalizzato, finire con le piogge che irrigano deserti e riportare l’economia ai suoi basilari reali e non più finanziari.

Non è concepibile che un giovane trentenne debba essere costretto ad allontanarsi da amici, familiari, luoghi e culture proprie per riprendere la sua vita a 5000 km da dove è nato, questo significa che il paese ha fallito nel suo compito basilare: attuare l’eguaglianza dei diritti fondamentali.

Dott. Antonio Ansalone

 

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