HomePoliticaCota e Marino innocenti: Quando il facile giustizialismo non concede assoluzione

Cota e Marino innocenti: Quando il facile giustizialismo non concede assoluzione

Giustizialismo senza assoluzione. Quando l'avversario diventa nemico. Il caso Cota e Marino.

Anche riflettendoci bene, sarebbe difficile trovare punti in comune tra un leghista e un piddino. Anche volendo considerare il trasformismo politico che in questa legislatura sembra essere pane quotidiano e aggiungendo altresì l’ingrediente non secondario della fluidità attuale del panorama politico, risulta veramente difficile trovare punti d’incontro. Eppure la cronaca degli ultimi giorni sembra aiutarci notevolmente in questa , quasi impossibile, impresa. Due nomi su tutti, giusto per essere chiari e concreti: Roberto Cota ed Ignazio Marino. Un primo, seppur imparziale, punto in comune: entrambi sono degli ex.

Rispettivamente ex Presidente della Regione Piemonte il primo ed ex sindaco di Roma il secondo. Cota, leghista, fu accusato di peculato, in seguito all’inchiesta delle ormai note mutande verdi, così come fu ribattezzata dalla stampa. Era accusato di aver usato 30.000 euro della Regione Piemonte per il rimborso di spese personali e non istituzionali. Cene, pranzi, cravatte, penne e addirittura un regalo di nozze. Di tutto e di più insomma. Marino, medico chirurgo di fama internazionale, fu scelto nel 2013 dalle primarie del Partito Democratico per guidare il governo di Roma. Anch’egli accusato di peculato, falso e truffa nelle due inchieste che lo riguardavano. La prima sulle cene da sindaco, la seconda sulle presunte irregolarità dell’associazione Onlus Imagine di cui era presidente. Esito finale? Entrambi assolti. Il fatto non sussiste e il fatto non costituisce reato. Entrambi giustiziati, mediaticamente di intende, prima del tempo.

E’ l’Italia e funziona così. La storia lo insegna sgombrando il campo da ulteriori supposizioni. Giustizialismo becero, figlio di una giustizia da giornalai che antepone lo scoop e il titolo al concreto approfondimento. Figlio altresì di un periodo storico molto particolare: la forma oltre la sostanza, lo scoop oltre la dignità e la verità. Decine di articoli, centinaia di dibattiti, chiacchiere su chiacchiere. Perché quando capiremo che un avviso di garanzia non e’ condanna, che i processi esistono per essere celebrati nelle sedi competenti, che nulla restituisce all’imputato la dignità lesa, la sofferenza interiore, quella degli amici e della famiglia, sarà sempre troppo tardi. Un’assoluzione e’ sempre una battaglia vinta se guardiamo la questione dal punto di vista prettamente giudiziario. Ma il lato umano, chi lo guarda? Pochi, spesso nessuno. Non lo guarda l’accusa, non lo guardano i giornalisti, non lo guardano gli avversari o i nemici. Che la giustizia necessiti di una riforma sostanziale non lo sostiene certamente solo il sottoscritto. Da anni ormai se ne discute animatamente, forse sarebbe il caso di passare dalle parole ai fatti. Ma non perché non si debba avere il diritto di indagare, sia chiaro. Quello e’, e rimane un sacrosanto diritto. Oltre i diritti però, dovrebbero riaffiorare anche i doveri, spesso dimenticati nell’alone dell’astrattezza. Perché se per accusare non bastano tutte le pagine di un intero quotidiano, per assolvere invece, un trafiletto e’ tanto, forse troppo.

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