Cardinale Sepe,toccante Messagio in memoria di Pino Daniele

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Cardinale Sepe – Nel corso della cerimonia, in memoria di Pino Daniele, svoltasi ieri a Napoli, l’omelia del Cardinale Sepe è stata toccante per molti aspetti, visto che – da par suo – egli non solo ha ricordato gli indubbi meriti artistici del cantante napoletano, ma soprattutto, partendo dal ricordo dell’artista partenopeo, ha saputo promuovere una riflessione, che non può non essere giunta alle orecchie dei suoi destinatari.Infatti, egli ha messo in evidenza come le canzoni di Daniele abbiano costituito, sin dagli anni Settanta, un motivo di pungolo per la classe dirigente del Paese e per la comunità locale e nazionale. Ma, dalle canzoni di protesta dell’artista napoletano, scritte per lo più a cavallo degli anni Settanta ed Ottanta, sono trascorsi circa quarant’anni ed i motivi della loro attualità non mancano, a dimostrazione del fatto che i problemi, denunciati da Daniele, non solamente non sono stati risolti, ma viepiù si sono aggravati a vista d’occhio.

La disoccupazione, lo stato di abbandono e di degrado del Sud, la presenza della criminalità organizzata, l’egoismo suscitato da certi movimenti politici, che invocano la secessione, sono tutti fattori, che – purtroppo – continuano ad infestare il Mezzogiorno d’Italia, con un elemento aggravante importante: se, ai tempi della migliore produzione musicale di Daniele, esisteva la questione meridionale e napoletana, dal momento che quei problemi evidenziati erano tipici unicamente della realtà del nostro Sud, oggi – invece – quelle problematiche si sono ampliate all’intera nazione, visto che – ormai – non c’è quasi più differenza fra il Nord ed il Mezzogiorno, dato che la crisi ha reso molto più simili territori, che sembravano infinitamente diversi fra loro.

La disoccupazione giovanile esiste dovunque, tanto più che – come emerge da recenti indagini – il dato italiano è quello peggiore dell’Europa Occidentale; la grande criminalità si è radicata tantissimo nel Centro-Nord del Paese, dove oggi esiste la vera centrale del crimine italiano, visto che i grandi interessi economici, che sono oggetto degli appetiti voraci delle mafie, si collocano nelle realtà – un tempo – ricchissime.
Le indagini penali degli ultimi mesi dimostrano, ampiamente, come la ‘ndrangheta calabrese si sia insediata nei gangli del potere milanese e romano, per cui Napoli, Reggio e Palermo non sono più le uniche città a forte rischio camorristico.

L’egoismo, indotto dai movimenti politici, non è cessato: se, infatti, quando scriveva Daniele, la Lega, per fare voti, speculava sull’odio anti-meridionale e, così, acquisiva grandi fette di consenso, soprattutto nella Pianura Padana, oggi lo stesso movimento mette in essere una strategia simile contro il diverso, rappresentato però dal cittadino nord-africano, per cui strumentalizza la paura del musulmano per instillare odio negli Italiani contro il nemico di turno, appartenente ad una diversa religione e, soprattutto, etnìa.

Inoltre, il dato più sconfortante, che denunciava Daniele e che non ha subito flessione alcuna, è quello della corruzione: oggi, come ieri, il denaro pubblico è soggetto a sprechi unici, che determinano la scadente qualità dei servizi, offerti ai cittadini, e la grande voragine del debito pubblico, che – a breve – potrà costringere l’Italia ad uscire dall’Europa più ricca ed avanzata.
Come si vede, la società attuale rischia di apparire, finanche, peggiore di quella del recente passato, immortalata dalle note del grande musicista napoletano, il quale – forse, suo malgrado – ha saputo vedere in prospettiva, quando ha denunciato mali, che molto probabilmente neanche egli immaginava potessero radicarsi così tanto nella società meridionale ed in quella italiana.
Paradossalmente, però, una riflessione simile, se deprime il sentimento di identità degli Italiani, può essere un motivo di riscatto in più per Napoli ed il Sud: infatti, questa importantissima area del Paese non è più la palla al piede, come per decenni è stata descritta, dato che i suoi mali sono divenuti quelli dell’Italia intera.

Oggi, in termini di ricchezza prodotta e di difesa della legalità, la società meridionale e quella settentrionale sono sempre più l’una copia dell’altra; anzi, quella del Sud rischia di apparire, finanche, migliore dell’omologa settentrionale, dal momento che nel Meridione esiste, ancora, la vecchia struttura familiare che consente la sopravvivenza ai giovani, in particolare, senza istruzione e privi del posto di lavoro, mentre l’assenza di un’analoga organizzazione sociale al Nord fa sì che i rigori della crisi siano avvertiti molto di più, a tal punto che lo Stato, da solo, non è in grado di fronteggiare il pericolo rappresentato da un’emarginazione – sempre più forte – di interi ceti, un tempo benestanti.

Fra venti anni, la situazione sarà, ancora, più drammatica, perché non si ravvisano elementi di miglioramento del quadro generale della società, per cui le differenze fra Nord e Sud saranno sempre meno evidenti, a tal punto che potremo dire, compiutamente, che tutta l’Italia rappresenterà – nel suo complesso – la questione meridionale del continente europeo.
Un vecchio detto recita cosi: mal comune, mezzo gaudio.
Dobbiamo, forse, gioire del fatto che le differenze fra le varie regioni italiane si siano assottigliate, in modo tale da rendere meno patologica la condizione del popolo napoletano o calabrese o siciliano?

È ovvio che la risposta non può essere affermativa, visto che il Sud non si è elevato alle condizioni del Novecento del Nord, ma – purtroppo – quest’ultimo si sta abbassando ai parametri di povertà e di disperazione sociale del Mezzogiorno, peraltro creando un disagio fortissimo, dovuto al fatto che la novità della tragica condizione ha, inevitabilmente, spiazzato milioni di nostri concittadini settentrionali, non abituati a convivere con la crisi, per cui molti di loro null’altro di meglio sanno fare che tentare di individuare un responsabile, che ne diviene il capro espiatorio, come può essere – appunto – il diverso di turno.

Non possiamo, dunque, non apprezzare le parole pronunciate dal Cardinale Sepe, che, nell’omelia per Daniele, usando espressioni molto diplomatiche, ma altrettanto ferme, ha ricordato alla classe dirigente napoletana, campana ed italiana che è giunto il momento di fare un salto di qualità, se si vuole evitare che l’Italia cada, progressivamente, fuori dall’Europa, venendo risucchiata dal Nord-Africa. È ovvio che il cambiamento del ceto politico non può avvenire solo per dinamica endogena, ma è necessario che l’elettorato, innanzitutto, promuova la trasformazione dello status quo ante, non votando più con la coscienza dei “clientes”, ma con lo spirito tipico delle persone libere, che – invero – si contano in numero sempre minore a qualsiasi latitudine del Paese, dall’estremo Nord al Sud insulare.

Sapremo, quindi, vincere la scommessa del mutamento – tanto radicale, quanto subitaneo – delle istituzioni ed, in particolare, del modus agendi di quanti si muovono al loro interno?
Dalla risposta, che nei prossimi decenni forniremo a tale quesito, dipenderà la capacità dell’Italia di riscattarsi dalla condizone di disagio, nella quale essa ora viene a trovarsi, a causa della miopia di quanti – in buona fede o per dolo – hanno amministrato male la Cosa pubblica nei decenni passati.