Home Cultura “ALIENATO”: Intervista al Regista Raffaele Grasso

“ALIENATO”: Intervista al Regista Raffaele Grasso

“Premio della Giuria popolare” alla sesta edizione dell’Ariano International Film Festival, il corto di Raffaele Grasso, Alienato, è una chicca. Affascinante su diversi livelli: estetici, musicali, di significato. Si potrebbe parlare di questo film dividendolo quasi per traiettorie.

La prima, quella di maggiore impatto, riguarda la scelta immaginifica e metaforica che caratterizza i personaggi. Marionette, pupazzi di legno dalle fattezze umanoidi. Il rimando è immediato, ma allo stesso tempo stimolante. Siamo vivi, ognuno a suo modo, eppure tutti simili nei gesti, nelle scelte.

La seconda traiettoria fende inevitabilmente le note della colonna sonora: ritmata seppure a tratti suggestiva.

La terza punta dritto all’analisi sociologica. Una riflessione, dovuta, sui tempi che viviamo, caratterizzati da una certa ossessione verso la tecnologia. Il tutto condito, come solo un ottimo regista sa fare, della giusta dose di irrealtà a cui il buon cinema di questo genere c’ha abituati.

Entriamo subito nel vivo del film. Mi sembra di aver riconosciuto diversi simboli, oltre all’intera natura allegorica della pellicola (una marionetta di legno senza fili è la protagonista della tua storia): che valore significante dai all’acqua, che ricorre così insistentemente?

Sicuramente la scelta dell’acqua è legata alla sua natura di inarrestabile flusso in movimento. Mi ha suggerito sensazioni affini al tema che volevo trattare e all’evoluzione del protagonista, così ho deciso di darle un ruolo all’interno del corto. Per quanto riguarda il significato, preferisco che ogni spettatore gliene dia uno proprio, ma non per fare un gioco a quiz, semplicemente perché non è importante la ragione per cui in determinati punti è presente l’acqua, lo è piuttosto ciò che evoca nell’essere guardata.

È interessante la parabola che compie il tuo personaggio. Senza svelare troppo, una cosa in particolare mi ha colpito: prima che il pupazzo di legno si dedichi a qualsiasi attività (musica, pittura, fotografia), la camera pone l’accento su uno specchio. Perché?

Lo specchio ricorre in tutte le scene nella stanza del burattino e sicuramente ha a che fare con il riconoscersi per quello che si è, per quello che si sta diventando. Credo che quando ci si guarda allo specchio ci si studi, ci si analizzi, chi più e chi meno, ma è comunque un momento in cui è possibile vedere quello che gli altri vedono tutto il resto del tempo, si possono notare nuove rughe, nuove imperfezioni che rappresentano diverse scelte di vita, e magari farne un bilancio, se ne è valsa la pena o meno.

La bellezza del cinema sta proprio nella sua profonda valenza immaginifica e cinestetica, per cui sono certo che le due locandine che campeggiano sulle teste dei protagonisti finalmente innamorati non siano un caso. “La dolce vita”, forse perché la crisi imminente della marionetta è rappresentata bene dagli spettri di Maddalena, Sylvia ed Emma, dee tormentate del genio felliniano; “A bout de souffle”, per l’immediato richiamo con la scena dei mirabolanti discorsi a letto di Belmondo e Seberg. Quanto sono distante dalla verità? E in ogni caso, per quali altri motivi?

Ti lascio il beneficio del dubbio! Credo che sia controproducente per la fruizione del film dare una spiegazione razionale a delle scelte fatte per trasferire un determinato sentimento. Quando vediamo un film proviamo delle sensazioni, delle emozioni grazie a tutto un insieme di elementi presenti nella scena o sulla colonna sonora, ma molte volte quegli stessi elementi, presi singolarmente, non sono in grado di conservare la stessa valenza.

Interessante il rapporto con la tecnologia e la sua deriva. Mi ricorda “Black Mirror” … ma qual è il tuo rapporto con questi tempi moderni?

Devo dire che il mio rapporto con i tempi moderni con il tempo è diventato sempre più razionale. Certamente ci sono aspetti e questioni che mi toccano più di altre, ma cerco sempre di ragionare e valutare tutte le posizioni e le fonti possibili prima di giungere ad una mia conclusione. Per quanto riguarda la tematica affrontata in Alienato, ci tengo a sottolineare che, per me, condannare il progresso, soprattutto quello tecnologico, è sbagliato e totalmente opposto a quello che dovrebbe fare chi si occupa dell’ambito creativo e artistico. Credo però che sia necessaria una educazione al mezzo, proprio come insegnavano a leggere un giornale, bisognerebbe indirizzare ed educare al giusto utilizzo di questi importanti strumenti quali gli smartphone, i social networks o il web tout court. Questo apre ad un mondo di possibilità, anche lavorative e di self promotion, ma non deve essere persa di vista l’importanza della creazione e ricerca di un proprio valore, che non è dato da un numero sterile di like, ma dall’apprezzamento che il tuo pubblico dimostra per quello che hai scelto di fare nella vita reale.

Lo so, è banale ma devo chiedertelo: perché marionette e non esseri umani?

Perché era da molto tempo che mi incantavo a guardarne una nella mia camera, a studiarne i movimenti e “l’espressione”. Alienato mi ha dato la possibilità di liberarmi di questa ossessione. Mi affascinava l’oggettività delle forme, che comunque rimandano a quello di un essere umano, né uomo né donna, o entrambi.

Passiamo dalle curiosità sul film a quelle sul regista: che vuol dire, per te, muoversi in questo insidiosissimo mondo? Quali sono le tue ispirazioni principali e in che modo, eventualmente, cerchi di distaccartene?

Per me vuol dire impegnarsi duramente,affrontandoli con rigore e serietà: è importantissimo per fare la differenza. Troppo spesso ci sono individui che si professano artisti aspettando che l’ispirazione venga giù dal cielo senza impegno, senza ricerca, beh, io non lo accetto. È un mestiere che ha bisogno di riacquistare dignità agli occhi degli altri, e anche agli occhi di molti che ne fanno già parte. Le ispirazioni sono tante e di vario genere, ma cerco sempre di fare mie delle scene o movimenti di sceneggiatura capaci di emozionarmi, a prescindere da virtuosismi tecnici. Certo è che imovimentoni di camera fanno accapponare la pelle, ma per il mio modo di raccontare prediligo tutto ciò che fa bene alla storia e che le permetta di venire fuori nel miglior modo possibile. Più di ogni altra cosa però mi impegno molto ad ascoltare e ad osservare, credo che la vita di tutti i giorni sia una fonte di ispirazione inesauribile, nonché una delle essenze fondanti del cinema.

Oltre che un cineasta, sei anche un ottimo musicista: in che modo questi due mondi si compenetrano, per te, al cinema? Quanti e quali ponti ci sono tra la scrittura di un pezzo e quella di un film?

Per me musica e cinema procedono su due livelli abbastanza paralleli, ovviamente per forza di cose devo dire che quello del cinema è più in alto! Quando scrivo o voglio approfondire un’idea, ho bisogno di immergermi in alcuni brani che per me hanno il sapore di quella determinata storia. Mi piace anche giocare con i contrasti fra musica ed immagine, e con la potenza di quella nota, anche singola, suonata su quel determinato frame. Trovo che questo connubio sia unico fra tutte le arti, e mi permette di tenere uniti i due mondi artistici che più mi rappresentano. Inoltre, per quanto mi riguarda, la fase precedente ad un concerto, o ad una sessione di registrazione in studio, si avvicinano molto al set. Mi sono trovato molto a mio agio nel dirigere l’attrice del mio ultimo cortometraggio, cerco di avere sempre ben chiaro in testa il risultato che voglio ottenere, sfruttando anche le occasioni fortuite e di trasferire il mio stesso entusiasmo per il progetto a chi lavora con me. Questo nella musica ma ancora di più nel cinema, dunque nel lavoro di gruppo.

Cosa dobbiamo aspettarci, in un futuro prossimo, da Raffaele Grasso: hai qualche altro progetto che bolle in pentola?

Cosa dobbiamo aspettarci?! Grandi cose!!! Scherzi a parte, al momento sto ultimando con i miei collaboratori il montaggio del mio ultimo lavoro, un corto realizzato grazie all’Accademia del Cinema Renoir di Roma.

Il cortometraggio sarà distribuito in diversi festival a partire dal mese di Novembre. Sto inoltre lavorando ad un documentario – ad oggi ancora in fase progettuale – su un artista nomade, un personaggio molto curioso a cui tengo particolarmente. Infine entro la prossima estate intendo terminare il mio ciclo di studi universitario, altrettanto importante ai fini di una completa formazione culturale.