HomeAttualitàSperanza e dignità, il caso Enzo Tortora.

Speranza e dignità, il caso Enzo Tortora.

‘’Dove eravamo rimasti?’’ Si apre così la puntata più famosa del celebre programma televisivo Portobello. A pronunciare questa frase il suo storico conduttore Enzo Tortora ritornato in Rai dopo aver scalato un vero e proprio calvario giudiziario. Proprio quel Tortora prelevato la mattina del 17 Giugno 1983, un venerdì, da una camera di un lussuoso albergo romano e dato in pasto ai giornalisti mentre ammanettato viene condotto nel carcere romano di Regina Coeli.

Un’immagine forte: un uomo famoso arrestato davanti a tutti, proprio come in un film. Arrestato perché accusato di associazione per delinquere e spaccio di sostanze stupefacenti. Tutte ipotesi e zero certezze per quello che sarebbe passato alla storia come un caso di malagiustizia all’italiana. Accuse venute da alcuni pentiti di camorra: Giovanni Pandico, Pasquale Barra e Giovanni Melluso, tutti affiliati alla nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Proprio quella N.C.O. che nei primi anni ’80 fece centinaia di vittime per una delle più grandi guerre di camorra che la storia della malavita organizzata ricordi. Caso altrettanto strano, sempre nell’orbita degli accusatori di Tortora, e’ quello di Giuseppe Margutti, ambiguo personaggio che accuserà il presentatore televisivo di spaccio. Anche lui lo avrebbe visto spacciare negli studi televisivi di Antenna Tre. Il Margutti, un pittore in cerca di notorietà, era in verità anche un pluripregiudicato per calunnia: era del mestiere insomma. Tra i partiti politici fanno rumore mediatico schierandosi nettamente con Tortora, solo i Radicali di Marco Pannella. ‘’Io sono innocente’’ non si stancherà mai di ripetere queste parole il povero Tortora, che vivrà sulla propria pelle le difficoltà di un sistema giudiziario che in Italia presentava e presenta ancora oggi tante ombre, incertezze e vicoli bui senza via d’uscita. Una sorta di labirinto che ha permesso e permette processi mediatici prima ancora che reali. Pagine di giornali scritte da chi cerca semplicemente lo scoop, la notizia che fa vendere copie. Il caso Tortora rappresenta quel superamento della linea sottile che divide inchiesta giudiziaria e inchiesta giornalistica. I giornalisti sapevano dell’arresto ancor prima dell’arrestato, una fuga di notizie inammissibile. La libertà dell’uomo violata in ogni sua forma, contenuto e sostanza. Lo scoop mediatico prima ancora della dignità di Tortora, prima ancora delle sofferenze della famiglia, dei figli e degli amici. Una foto in prima pagina, un video da far vedere ai Telegiornali: si ridusse a questo l’arresto di un uomo che aveva rappresentato fino al giorno prima un icona della spensieratezza e del sorriso. Quel sorriso che dal 17 Giugno 1983 Enzo Tortora perderà per sempre; nel suo volto albergherà tristezza e delusione ma successivamente anche tanta speranza. La speranza di riuscire a fare eco, attraverso la sua forte posizione mediatica, a chi ‘’non ha voce e non può parlare’’. Chiaro riferimento a chi vive la vita in carcere come un vero e proprio incubo. Proprio quel carcere che dovrebbe rappresentare una sorta di scuola rieducativa con eventuale possibilità di riappropriarsi della dignità perduta. E invece proprio in quel carcere dove Tortora si accorge che la dignità là si perde veramente, per sempre. Il caso Tortora, culminato con la sua assoluzione, pone una domanda sostanziale di fondo: chi ha commesso un evidente errore giudiziario che conseguenze ha avuto? Nessuna, come accade in Italia. Anzi, sempre per essere più precisi, chi aveva indagato, forse costruito false accuse architettate su bugie di alcuni pentiti di camorra e chi aveva condannato ingiustamente Tortora in primo grado a 10 anni e sei mesi di reclusione, commettendo un evidente errore giudiziario, e’ stato promosso. Senza voler essere troppo filosofici, chi ha sbagliato ha fatto carriera. Non lo scrivo io, lo dice la storia. Una vicenda esemplare che ha segnato per sempre la vita di un uomo semplice, sorridente e con tanto coraggio. Una vicenda che portò Enzo Tortora a spegnersi nel 1988. Oltre che moralmente, il conduttore di Portobello ne risentì anche fisicamente. Un risentimento normale per qualsiasi uomo comune, amplificato in ogni sua forma e sostanza per un uomo che ha rappresentato per anni l’icona della gente comune. Una icona forse da abbattere, proprio perché rappresentava in pieno il popolo semplice, medio. Una icona da abbattere, non solo moralmente. Una storia lunga e dolorosa, combattuta giorno dopo giorno, udienza dopo udienza, con speranza e dignità.

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