La protesta: Tommaso Longobardi ha bruciato la sua tesi di laurea

Tommaso Longobardi ha bruciato la sua tesi di laurea. Il suo non è stato, come lui stesso rincuora, un gesto di sconfitta, ma di grinta, come se le pagine scritte avvolte dalle fiamme urlassero un grido di battaglia indiano per cercare di scuotere un po’ l’immobilismo degli italiani.

Davanti al falò dei suoi sacrifici, Tommaso legge una lettera rivolta ai politici. Parla di quanto frustrante sia l’idea di aver raggiunto un traguardo così importante e percepire che sia stato invano, perché il lavoro non c’è e spesso le università formano giovani disoccupati. Quando non è così, bisogna andare via, scappare dall’Italia come suggeriva il professore de La meglio gioventù al promettente Luigi Lo Cascio. È triste tutto ciò. Sono forti le parole che usa il coraggioso ragazzo, se la prende senza mezzi termini con il governo facendo pesare a ognuno degli avventori di Montecitorio tutti i suicidi degli ultimi anni, dovuti alla miseria che i più modesti non hanno saputo affrontare, a una crisi ormai senza fondo, alla chimera della pensione e a tutto il resto.

Il gesto è simbolico, ma forte. Vedere un giovane bruciare la propria tesi e leggere una lettera così intrisa di rabbia in quello che dovrebbe essere uno dei giorni più belli della sua vita, fa il suo effetto. Le riflessioni che ne scaturiscono sono tante, a parte quelle più immediate rivolte allo Stato. Il problema, oltre ad essere chiaramente politico, è anche stranamente sociologico. Mia madre mi racconta sempre che un giorno decise che voleva cominciare a lavorare e allora pubblicò un annuncio su Il Mattino: il giorno dopo per uscire di casa dovette staccare il telefono per quante telefonate le arrivavano. Ogni volta che me lo racconta resto basito, specie quando dice “decisi che volevo cominciare a lavorare”, come se bastasse questo. Il fatto è che si credeva di più nei giovani e nelle loro idee. Erano altri tempi, ma se ci soffermiamo un attimo a pensare, questo non accadeva solo in Italia. Faccio solo due nomi su tutti, ma di casi del genere ce ne sono tanti: Fellini e Woody Allen.

Fellini parte dalla sua Romagna per andare a studiare a Roma, s’iscrive a Giurisprudenza dando solo pochi esami perché il suo sogno è fare il giornalista. Comincia a scrivere per qualche testata, diventa una firma abbastanza nota nel circuito romano grazie anche alla sua grande abilità da vignettista, poi comincia a scrivere sceneggiature. Entra in contatto con grandi registi come Rossellini e si appassiona al cinema. Il resto lo conosciamo tutti. Iter ancora meno “burocratico” per Woody Allen che giovanissimo manda a un giornale barzellette e materiale vario di tipo umoristico, viene contattato, comincia a scrivere per la televisione, poi passa al teatro, poi si mette in gioco in prima persona recitando i suoi monologhi e non scrivendoli solo per gli altri e poi il cinema. Tutto questo per dire cosa? Fellini e Woody Allen sono dei geni e su questo non si discute; ma se fossero nati oggi? Non dico che non sarebbero emersi, ma sicuramente avrebbero avuto più difficoltà in un mondo fatto di curricula, titoli e burocrazia. Magari si sarebbero stancati di non essere capiti, di non poter azzardare mai, di rispettare schemi e percorsi obbligati e noi non avremmo avuto la poesia di Zampanò e la psicologia di Zelig. Erano altri tempi, e meno male.

A cura di Francesco Teselli