Cara Nunzia ti scrivo.

Lettera a Nunzia De Girolamo

Il maestro Dalla avrebbe iniziato così, indirizzando la sua famosa missiva ad un caro amico. Anche io, posso, senza timore alcuno, sottoscrivere le sue prime parole. Ma poi no, non ti scrivo, come Dalla solo ‘’per distrarmi un po’’. Ma per, augurandoti buon compleanno, anche riflettere.

L’anno che per te è passato, ma soprattutto il nuovo che inizia proprio oggi, porta con se insegnamenti e lezioni. Come per tutti, intrisi dall’umano scorrere del tempo. Quel tempo fatto di paure, timori, gioie, piccole felicità diffuse, lacrime e sorrisi. Ma anche propositi, tanti. Quelli che si leggono dentro di te, che non puoi ne devi, mai nascondere e che guardano l’orizzonte della speranza con rinnovato ottimismo. Sempre e comunque.

È nel futuro che dobbiamo avere gli occhi della speranza.

In un Paese, l’Italia, dove l’essenza è sempre più apparenza, dove l’attimo diviene più importante dell’essere, quelli come te rappresentano la rivoluzione del sorriso. Abbiamo il dovere di farla, tu hai il dovere di insegnarla e persuaderla: di predicare e praticare l’etica che la nostra formazione liberale ci ha impresso dentro. Il dovere di non cavalcare, forzatamente, l’onda del momento e dell’odio. La libertà di poter scegliere, di guardare il mare agitarsi e decidere quando e soprattutto perché tuffarsi. Con la consapevolezza di volerlo ma soprattuto doverlo fare.

Senza fretta, ma con un credo: senza fermarsi mai. Senza timore, ma anche con scienza e coscienza. Senza paura, ma con garbo e gentilezza.

Ogni tempesta, ogni temporale, è fatto per portare il sereno. Sempre. A volte senza arcobaleno. Il tempo è così, fattori che ci influenzano, alternarsi di improvvise calure e gelide giornate. Capita anche a te, capita a tutti noi, è il ciclo dell’umore. Della gioia improvvisa e della veloce tristezza e delusione dietro l’angolo.

Ma non meravigliarti, noi viviamo nel Paese degli umori, noi siamo il Paese degli umori. E tu lo sai. Siamo quel Paese strano si, di chi si sveglia per distruggere l’altro, di chi trama, costruisce malefatte, di chi vorrebbe vedere l’avversario distrutto. Di chi vede solo nemici. Di chi preferisce prendersi il fastidio di allungare la gamba per uno sgambetto, invece del piacere di tenderti la mano per un aiuto.

È così, ma non solo così, per fortuna: siamo anche il Paese della solidarietà, di chi la notte non dorme per offrire sorriso e carità ai meno fortunati, di chi toglie da se per dare agli altri. Di chi stringe forte a se i propri bambini e poi parte, va via per salvare altre vite.

Ma siamo anche il Paese delle illusioni: di chi avrebbe voluto cambiare tutto e poi ha cambiato solo se stesso, di chi avrebbe presuntivamente abolito la povertà, ma ha abolito forse la propria.

Sai, cara Nunzia, è questo il Paese non solo di chi fa, ma pure di chi crede. Crede, spesso perché è comodo così, nelle favole del malvagio. Crede nelle promesse vane. Crede nei titoli. E crede nel giorno prima, senza il dovere morale ed etico del giorno dopo.

È il Paese, questo, dei sistemi. È un Paese strano, particolare. Che ha paura di una mascherina o di una semplice applicazione utile e necessaria. Che a volte commenta anche senza conoscere. E giudica senza oggettività, non solo nei bar, purtroppo…

Quelli come te, hanno un fardello. Un dovere da compiere, e non possono ne devono tirarsi indietro. Vanno lì, in prima linea. È questo il regalo che puoi farci tu, quello non solo di mollare, ma di rilanciare. Perché un Paese più civile, più libero e moderno, è un Paese che cresce e fa scuola. E che ci mette la faccia. Sempre!

Buon compleanno cara Nunzia, l’anno vecchio è finito ormai, parafrasando anche il mitico Dalla. Almeno il tuo, quello del tuo calendario personale. Ora sei in uno nuovo o sicuramente diverso. E la battaglia continua, perché ve ne sono alcune che si combattono senza tempo, senza luogo, senza cariche, a volte anche senza spazio, sicuramente mai contro nessuno ma sempre per qualcosa. Per dei valori e principi non negoziabili,che, dal primo giorno, ho letto nei tuoi occhi. E in quel sorriso di speranza.

Che, sono certo, ti avrò strappato anche alla fine di queste poche righe.