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“Don Raffaè …. A che bel’ ‘o café”: quando De Andrè cantava il disagio delle carceri Italiane

Quando uscì, nel 1990, quella che oggi è divenuta una delle canzoni più famose del compianto Fabrizio De Andrè, suscitò nei mass media e nella società grande polemica e in alcuni casi finanche indignazione, facendo parlare molto di sé sul perché un cantautore così famoso e apprezzato dalla critica avesse potuto scrivere un pezzo del genere.

Che il poliedrico e geniale cantautore genovese non fosse nuovo ad argomenti spinosi e che, spesso con la sua musica sia andato controcorrente abbracciando la causa dei vinti, dei marginati dalla società, era risaputo. Ma scrivere addirittura un pezzo esaltando, secondo i più, uno dei capi della criminalità organizzata (don Raffaele Cutolo detto “o professore e Vesuviano”), operante in Campania a cavallo tra la fine degli anni 70’ e gli inizi degli anni 80’ del XX secolo, questa volta non poteva passare inosservato.

Al di là della sonorità e musicalità della canzone, abilmente giocata con rime baciate, alternate o sciolte, quella di De Andrè non è nient’altro che un durissimo atto d’accusa alle carceri italiane e alle condizioni dei detenuti dell’epoca. Più grave ancora fu la denuncia che lo Stato italiano si era sottomesso alla Criminalità organizzata, mascherata ironicamente da una esaltazione del boss detenuto nel carcere di Poggioreale. In un Italia in cui ampie fette del territorio erano e sono ancora prive della presenza delle Istituzioni, l’invocazione e l’aiuto di un povero detenuto rivolte al boss per ottenere, si badi bene, “giustizia” e speranza che lo Stato gli aveva negato, dimenticandosi di lui…, sono forse, per assurdo, l’ultima possibilità che gli resta dopo averle provate tutte.

Quando lo Stato è assente personaggi loschi, meschini e senza scrupoli, si insinuano nelle maglie e nelle ambiguità dello stesso, creando sottostrutture parallele dove apparentemente tutto sembra funzionare. Tutto…come vogliono loro. E appunto, l’esaltazione e il riconoscimento che il popolo concede loro unito al silenzio – assenso dello Stato li legittima e forse li incoraggia nel proseguire il cammino criminoso intrapreso.

In un mondo che potremmo definire parallelo, creato abilmente da costoro, tutto viene stravolto e il volto vero della giustizia indossa la maschera dell’inganno e della paura. Per ironia della sorte De Andrè fa intendere che anche in questo assurdo e tragico mondo lo stesso boss è costretto a sottostare a personaggi più pericolosi e potenti di lui, che, baciato e implorato, è accompagnato nelle sue lunghe ore di carcere dalla delizia di una “ ….crema d’Arabia ch’è chisto café”.

A cura di Marco Vitale