HomeAttualità25 Aprile: un anniversario minore

25 Aprile: un anniversario minore

Quello che si è celebrato, quest’anno, è apparso un anniversario minore; infatti, pur ricorrendo il 71esimo dalla Liberazione del nostro Paese dalla presenza nazi-fascista, l’Italia sembra essere distratta e l’evento è passato, in gran parte, in sordina, come se ormai la commemorazione di un fatto così importante sia questione solo per gli storici e per i politici.
È ovvio che una simile rappresentazione dei fatti, qualora fosse avvalorata anche da dati oggettivi, quali – fra tutti – la presenza popolare alle iniziative organizzate nelle varie parti della penisola, sarebbe un motivo di riflessione molto seria, perché un Paese, che perde progressivamente la propria memoria storica, è ineluttabilmente destinato a divenire sempre meno ricco da un punto di vista culturale e morale.
Non sono pochi, in verità, sette decenni, quelli appunto che sono trascorsi dalla Liberazione ad oggi, ma è sensazione comune che, nel corso degli ultimi venti anni, qualcosa di molto rilevante sia successo nella coscienza collettiva degli Italiani, a tal punto che non solo il passaggio al nuovo secolo ha fatto sì che la distanza da quegli eventi gloriosi apparisse, ingiustamente, molto più consistente di quanto non sia.
La Liberazione è elemento centrale nella nostra storia, non solo perché vennero allontanati, per effetto di quell’accadimento, i Fascisti ed i Nazisti dal nostro territorio, per cui i primi furono condannati ad una presenza marginale nello scenario politico della nuova Italia, mentre i secondi sarebbero scomparsi, di lì a poco, con la caduta militare definitiva della Germania.
Ma, in particolare, in Italia la Resistenza, che aveva determinato la Liberazione, ha fatto sì che, per moltissimi anni, ci fosse al potere una classe dirigente, che aveva certamente grandi doti, dalla capacità di elaborazione di una strategia parlamentare, che è stata credibile in molti momenti tristi del nostro recente passato, ad una moralità pubblica di indubbio valore, di cui furono portatori personalità di varia estrazione ideologica, cattolici, azionisti, comunisti, socialisti.
A distanza di cinquant’anni da quegli eventi, invece, la storia del nostro Paese è mutata radicalmente, per cui gli ultimi epigoni di quel mondo vennero spazzati via definitivamente da Tangentopoli, nascendo così un nuovo ceto politico che non ha, certo, contribuito a tenere in piedi il ricordo della Liberazione, anche per ovvie ragioni anagrafiche, oltreché culturali.
Quel Paese, nato così alla fine degli anni Novanta, ha rappresentato di per sé un fattore di forte discontinuità rispetto all’Italia emersa dalla guerra al Fascismo ed al Nazismo, per cui appare evidente il fatto che, oggi, si parli di Liberazione, immaginandola a torto come un evento molto, troppo lontano nella proiezione, a ritroso, del nostro passato, mentre è temporalmente molto più vicino di quanto non sembri.
Purtroppo, molti dei politici odierni non hanno, invero, il medesimo fascino e la stessa sensibilità culturale di De Gasperi o di Nenni o di Togliatti, visto che, contrariamente a questi, non sono mai stati protagonisti di una vicenda bellica così triste, come fu la Seconda Guerra Mondiale, per cui essi hanno un rapporto molto meno “engagé” di quelli con la nozione stessa di Bene pubblico.
È naturale, dunque, che l’evento del 25 Aprile rischia, per tali ragioni, di passare immeritatamente inosservato, dal momento che non esiste il giusto feeling fra il popolo e la classe dirigente attuale, che dovrebbe avere l’interesse, più di altri, a non spezzare il flebile filo della memoria.
Peraltro, appare scontato che i giovani, cresciuti con valori diversi da quelli delle generazioni, che hanno vissuto in prima persona gli anni della Guerra e della Ricostruzione, non possano che ignorare momenti essenziali della storia, visto che la non conoscenza di passaggi cruciali della propria identità culturale è, a volte, il migliore brodo di coltura di interessi egoistici e, strettamente, particolaristici che non fanno bene alla nazione.
Cosa fare?
Bisogna ripartire dalle scuole, attualizzando il messaggio di quanti hanno creduto nella libertà come valore fondante del proprio essere individuo e parte di una società, pur nella evidente certezza che, forse, la Scuola di per sé non basta, perché ormai gli strumenti di trasmissione del sapere e della coscienza di gruppo sono, anche, altri e ben diversi.
Non si può ignorare che stia crescendo una generazione di Italiani, che non sa chi sia stato Sandro Pertini o che ignora i peggiori e più efferati crimini del Nazismo compiuti, in Italia, nel biennio 1943/45.
A questi giovani noi tutti dobbiamo parlare, perché essi saranno il futuro del nostro Paese e costruire una nuova realtà civile e sociale, partendo da simili défaillance, non può che essere un fattore di freno per lo sviluppo della pubblica morale, come per quello di un’intelligenza vera ed autentica dei fatti, che hanno costituto l’humus, in cui si è radicato lo spirito italiano.
Ce la faremo a rendere consapevoli quanti preferiscono rimanere in una condizione di beata ignoranza?
Riusciremo a rifondare un Paese dalle sue fondamenta o, forse, moriremo tutti felicemente ignari dello sforzo di quanti sono morti in nome della tutela delle libertà, sia personali che di gruppo?

Rosario Pesce

RELATED ARTICLES

Most Popular