Home Politica A volte ritornano, Senatori salvati dalla vittoria del no al referendum

A volte ritornano, Senatori salvati dalla vittoria del no al referendum

La bocciatura della riforma referendaria comporta riconferma dei senatori al gran completo. Essi, all’indomani del 4 dicembre, possono proclamare la legittimazione decretata loro dal popolo. Ma se tutti i parlamentari, Camera compresa, lavorassero sodo la questione della produttivita’ non si porrebbe.

Da uno studio condotto da OpenPolis vengono fuori dei dati poco incoraggianti riguardo all’attivita’degli Onorevoli, o meglio della loro efficacia. Nella classifica dei piu’ produttivi figurano Donatella Ferranti (PD) con 902,46 punti,  Massimiliano Fedriga della Lega (673,59 punti) per la Camera, Giorgio Pagliari (PD) con 855,81 punti, Loredana De Petris (Gruppo Misto) con 703,9 punti per il Senato.

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Tra i meno produttivi per la Camera, Antonio Angelucci, medico, proprietario di numerose cliniche, con punteggio di appena 0,67 e Daniela Santanche’ (Fdi-Pdl) con 18,18 le cui presenze alla Camera sono inversamente proporzionali a quelle nei talk show televisivi. Tra i meno presenti nelle aule di Montecitorio annoveriamo l’avv. Niccolo’ Ghedini che preferisce dedicarsi alle pratiche del suo studio legale, Denis Verdini (Ala) e Giulio Tremonti (Gal) commercialista d’alto bordo. Ma non basta essere presenti in aula per meritare il cospicuo stipendio elargito ai parlamentari.

C’e’ bisogno di produttivita’, cioe’ di attivarsi presentando mozioni, disegni di legge, ecc. Per fare cio’ bisogna far parte delle Commissioni o dei gruppi parlamentari. Quindi attraverso le nomine si riesce a lasciare traccia del proprio operato; si deve notare inoltre che negli ultimi tempi l’ottanta per cento delle leggi non e’ stato partorito dalle Camere, bensi’ dal Governo. L’iter legislativo delle Camere e’ piu’ lento di quello dell’esecutivo.

Quest’ultimo impiega in media 133 giorni per trasformare proposte di legge, mentre in Parlamento di giorni ce ne vogliono 408. Altra curiosita’ in negativo e’ che i parlamentari non adottano il job act, decantato provvedimento del governo Renzi. Gli onorevoli, pur ottenendo oltre un lauto stipendio, un ottimo rimborso spese per l’esercizio dell’attivta’ di circa 4.000  euro al mese (€.3.690 per i deputati ed €.4.180 per i senatori) non pagano regolarmente portaborse e dipendenti. Ufficialmente solo 410 eletti dichiarano di aver un assistente. Cio’ vuol dire che un terzo di essi non fa a meno delle collaborazioni , ma le nasconde al fisco. Tant’e che da un sondaggio condotto dall’associazione dei collaboratori parlamentari (Aicp) risulta che solo il 14% di essi ha una retribuzione dichiarata ufficialmente. Il job act e’ stato adottato solo nel 10% dei casi (92 portaborse su 902); questo perche’ e’ un contratto piu’ oneroso. Il paradosso e’ che non l’ha adottato anche chi lo ha proposto e strenuamente difeso in Parlamento. Quasi tutti gli onorevoli, be o male , hanno cercato, al di la’ delle buone prediche, di arrangiarsi badando in primis alla propria borsa.

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