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Nemo propheta in patria: le vicende dei cervelli in fuga e la gaffe di Poletti

Le vicende sulle affermazioni del Ministro Poletti, il quale ha cercato sempre un profilo men che basso, ci fanno pensare a quanta possa essere difficile esternare una opinione, se nel farlo non si pensa alle ripercussioni che se ne potrebbero avere. A dire la verità, il ministro ha detto delle cose vere e altre non vere, ma nella confusione della comunicazione contemporanea, fatta di fraintendimenti, l’intera frase è passata in “giudicato”. Non è il caso di fare l’analisi grammaticale delle cose dette, tantomeno quella logica, ma il senso della frase va sezionato e valutato alla luce della realtà.

Nella definizione dei giovani nostrani, lato sensu, si è ingenerata la cattiva sensazione che tutto il mucchio sia un’erba cattiva, una valutazione superficiale e dettata da luoghi comuni. Certamente la media dei giovani odierni non ha molto a che vedere con quella di trent’anni fa, ma come potrebbe esserlo visto che la nostra società evolve per anni e non più per decenni.

I giovani degli anni ’80 del novecento erano fortemente influenzati da mode che a loro volta erano il prodotto di altre mode precedenti, ma si caratterizzavano per una costante ricerca del guadagno facile, della bella vita, del look all’ultima moda, delle serate a bere e fumare, l’auto potente e le disco della riviera romagnola.

Già i giovani degli anni ’90 hanno subito una evoluzione, si è passati dalla musica dei radioloni ai CD, dalle “bare” a quattroruote alle auto intelligenti, dalla cultura del casino a quella dell’impegno sociale, dalla comunicazione telefonica a gettoni, alle prime forme di comunicazione cellulare, dai pc “armadio” ai pc portatili, dal DOS al Windows. Ma sono cambiati anche i valori, si era nella società dove tutto era facile, i postumi degli anni ’80 non si facevano pesanti, il lavoro era leggermente automatizzato, e la finanza allegra sopravviveva di rendita.

Con l’avvento del nuovo millennio, con le crisi economiche cicliche, con il cambiamento repentino dei gusti, con la massiccia informatizzazione dei processi (che avevano suberato il millenium bag), con i primi tentativi di demolizione delle certezze e gli scandali politici più evidenti (“mani pulite” aveva fatto scuola ma era anche storia), tutto cambia, ed i giovani si trovano di fronte ad una società che inizia a risentire dei postumi del “tutto facile finché campa”.

Il lavoro subisce i postumi di una globalizzazione negativa, con una erronea applicazione della globalizzazione, le fasce produttive scoprono che l’accesso alle fasce protette delle monete rifugio (EURO, Dollaro) stanno diventando sempre più esigue, la velocità delle informazioni supplisce ma non risolve ai problemi immediati ma non dà certezze sul futuro, la delocalizzazione depaupera un territorio che era stato saccheggiato dal mostro del “politicamente produttivo” che aveva formato i business plan della nuova rivoluzione industriale italiana.

I giovani in tutto questo iniziano a vivere la sfida dello “spazio vitale”, del margine di ossigeno che la propria bolla di vita gli permetteva, superando gli ostacoli di una scuola insufficiente, di una università ormai obsoleta, e di nuove tecnologie difficilmente raggiungibili. Nell’ultimo decennio l’Italia non è più stato un paese per giovani (ma anche per vecchi e per donne, invero), una società alienata, triturata in un mix di tecnologia e obsolescenza, ha chiuso le vie di fuga per i ventenni; li ha costretti, con la complicità di una sistema statuale ignobile e refrattario, a sopravvivere tra decenni di studi slegati alla realtà, indirizzati verso percorsi di formazione che avevano la capacità di essere vetusti nel giro di uno o due anni, sballottati tra un sistema produttivo che nella ricerca del massimo profitto ha finito con il delocalizzarsi in una tentacolare serie di processi produttivi, affossati da una recessione devastante che porta i nonni a dover, con il frutto del proprio lavoro, mantenere i figli ed i nipoti.

Su tutto, ed arrivo al ministro, una serie incredibile di tonfi politici che hanno continuato ad accanirsi terapeuticamente sull’agonia di uno Stato, quello italiano, che si decompone giorno per giorno. Una politica che non riesce a materializzare le proprie idee, mantenere un minimo di coerenza rispetto alla mole esorbitante di fandonie, che tenta di creare condizioni di crescita economica sapendo che la via è ben diversa da quella attivata.

Il futuro dei giovani deve passare attraverso lo sviluppo della produzione intesa come attività finalizzata a produrre bene o servizi, in un mix eterogeneo di esperienze e di intraprese che non devono fermarsi alle “spinte” dettate dalla politica; se il piano governativo spinge sul turismo, perché si disincentivano tutte quelle scuole (al Sud è tragica veramente) che possono formare il personale e gli imprenditori che siano capaci di fare la differenza?

L’alternanza scuola-lavoro è giusta, ma se la applichi al 25% della popolazione studentesca cosa ottieni? Il 25% di riuscita! Perché deve essere così complicato, per un giovane, aprire e scommettere su una idea imprenditoriale? Perché bisogna avere un budget di migliaia di euro per intraprendere, e non pensare a defiscalizzare l’inizio di attività per il periodo necessario a concretizzare le condizioni di successo dell’investimento?

Perché devono esserci le condizioni tali da rendere difficile se non impossibile la vita ai giovani di talento? Perché gli si prospetta l’obbligo di dover espatriare, come unica ancora di salvezza? Perché si deve sempre avere la spocchia dei saccenti, in particolare in tutti i settori della pubblica amministrazione o della formazione, e deprimere le giovani menti rilegandole al tradizionale “…guardi lei è una ottima risorsa, e sarebbe indicato per questo lavoro, ma in questo momento stiamo cercando altro…”?

Caro ministro Poletti, se mi permette vorrei consigliarle di avere un tono più dimesso, cercare di selezionare i suoi collaboratori non tra le alte gerarchie della eterea amministrazione, ove la saccenza e la sufficienza ideale si coniugano con la distanza assoluta dalla realtà, pensi piuttosto a circondarsi di collaboratori giovani e figli di gente comune, figli di operai delle acciaierie, agricoltori, edili, metalmeccanici, e non figli paraculati di genitori paraculati a loro volta figli di eccellenze emerite arrivate al potere dopo anni di lecchinaggio profondo ai deretani del politico di turno.

Ministro, anche se è vero che le cose dall’alto si vedono meglio, la sua altezza dalla società le fa vedere ben poco, anzi le annebbia la vista e le giungono solo le voci dei suoi altrettanto elevati paraculi. Quanto ai giovani che vanno all’estero, non speri che tutti tornino a salvarle le terga dal mare di melma che la politica crea in questo paese, quelli che “fuggono” all’estero fanno parte del PIL di quel paese, non certo del suo, e continueranno a darne lustro, a quel paese, rimpiangendo quel bel paese che li ha voluti emigranti. Quindi, gentilissimo ministro (che dicono essere un semplice perito agrario, facendo vergognare la categoria), sia più attento e rigoroso nelle sue esternazioni, altrimenti il suo titolo di studi potrebbe essere la sua sentenza di condanna all’oblio perenne.

Quanto ai giovani che vanno all’estero, vi accompagni il mio più profondo augurio di una buona vita, il mio più affettuoso e sincero in bocca al lupo, e una preghiera semplice, fate della vostra vita uno splendido capolavoro, alla faccia di quelli che vi hanno costretto ad emigrare.

Dottor Antonio Ansalone

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