Home Cultura Natalia Ginzburg: come raccontare una storia dal mio comodino

Natalia Ginzburg: come raccontare una storia dal mio comodino

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Chissà che viaggio infinito ha fatto questo libro, come i messaggi nelle bottiglie lasciate naufragare nell’oceano. Io l’ho trovato in una biblioteca semi-abbandonata, ricoperto di muffe da umidità. I ragazzi alla cassa me l’hanno praticamente regalato: forse ero il primo ad entrare lì dentro da anni. Sì, perché la piccola biblioteca di cui parlo si trova in un ancor più piccolo paesino dell’Irpinia che mi ospita, essendo anch’io, in realtà, napoletano. Dico anch’io, come questo libro che mi sono ritrovato tra le mani, datato di pugno dalla Ginzburg Napoli 22 aprile.

Mi affascina questa cosa: ha il sapore della mitologia, assomiglia a un moderno Ulisse di carta e parole, alle fila del Fato, agli dei pettegoli che non riuscivano mai a farsi i fatti loro e intervenivano sempre nelle faccende degli uomini, a volte risolvendo tutto, ma altre volte complicando ancora di più le cose. Come se noi esseri umani non fossimo già eccellenti di nostro a complicarci le cose. Insomma, come c’è finito qui questo libro? Che storia ha dietro? Perché la signora Ginzburg in persona s’è scomodata tanto? E soprattutto, che viaggio hanno dovuto fare queste pagine per arrivare fino a me direttamente dal 22 aprile del 1963? Mi sento come Michael J. Fox in Ritorno al futuro.

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Provo ad immaginare le traiettorie, come in quei film in cui per rendere velocemente la sintesi d’un viaggio, si vede la cartina geografica e le linee rosse delle strade percorse dai protagonisti. Natalia Ginzburg nel ’63 aveva 47 anni, capelli corti, sale e pepe. Mi sembra di vederla, leggermente china su un tavolo, mentre scrive con la sua grafia elegante ed emotiva:

A Dora Lamberti cordialmente Natalia Ginzburg.
Napoli 22 aprile.

 

Dove l’ha scritto? A Napoli? E che ci faceva a Napoli? E perché a Dora Lamberti? E che è successo poi? Come mai nel 2017 questo libro era abbandonato in una minuscola biblioteca di paese, a corrodersi tra gli scaffali di legno marcio, banchetto prelibato per tarli affamati? C’era un rapporto di amicizia tra Dora Lamberti e Natalia Ginzburg? E allora come mai questo libro non è custodito con la cura che si riserva ad un ricordo prezioso, nella tutt’altro che fradicia libreria della signora Lamberti? Forse c’è stato un litigio; ancora più affascinante.

Oppure il libro le è caduto dalla borsa, sotto la pioggia, qualcuno è passato, l’ha raccolto e, non sapendo che fosse un gran bel libro, scritto da una delle più grandi scrittrici del Novecento, magari neanche l’ha letto; è rimasto lì, a casa sua, in una misera libreria, tra Ricettari e Rubriche telefoniche, fino a quando non c’è stato un trasloco; la “roba inutile” è stata smistata un po’ qua, un po’ là, e i libri sono stati donati a una biblioteca; i bibliotecari, riconoscendo il valore del libro, l’hanno custodito con cura; poi però, un giorno, un terremoto ha fatto crollare l’edificio e i libri sono rimasti sepolti sotto le macerie; qualcuno è andato perso per sempre, qualcun altro è stato recuperato; tutti i giornali locali hanno lanciato un appello accorato “chiunque voglia prendere con sé gli orfani della catastrofe si faccia avanti”; s’è fatta avanti la piccola biblioteca delle muffe in cui l’ho trovato io, ed eccoci tornati ai giorni nostri.  Che bella cosa la fantasia, eh?

Il libro in questione è Lessico famigliare, Premio Strega nel 1963. Me lo sono ritrovato tra le mani con questa dedica fatta di pugno dall’autrice stessa e la mia immaginazione ha cominciato a volare. Non ricorre nessun anniversario né occasione particolare né niente, ma credo che per ricordare una scrittrice così importante non ci sia bisogno di pretesti simili, va sempre bene. Anche perché la vita della Ginzburg è talmente particolare che varrebbe la pena di ricordarla anche solo per questo, per non parlare poi dell’importanza del ruolo che ha ricoperto nella storia della letteratura italiana e non solo. Figlia di un importante antifascista, impara la lezione del padre e ne sposa uno altrettanto antifascista, Leone Ginzburg, dal quale assumerà il cognome da sposata.

Leone, prima di venire torturato e ucciso proprio per motivi “politici”, per la nostra Natalia è stato sicuramente fondamentale essendo fra l’altro tra i fondatori della Einaudi, una delle più grandi case editrici italiane. Torino anche appartiene all’autrice, i suoi salotti, i portici, il freddo e il dialetto, tutte cose che scorrono nel suo sangue e che ci trasmette spesso nei suoi romanzi, perché raramente può fare a meno di parlarne. E poi la sua scrittura, mai scontata, fatta di proposizioni articolate ma rese con leggerezza, come solo una grande scrittrice sa fare.

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Insomma, sul mio comodino campeggia questa copia misteriosa. Mi affascina sapere che a pochi centimetri dal mio cuscino giace la carta sulla quale Natalia Ginzburg ha impresso con una penna blu la sua firma che evoca una storia. Tutto sommato, non ha fatto niente di diverso da quello che ha sempre fatto semplicemente scrivendo romanzi: raccontare una storia, stimolare l’immaginazione.

A cura di Francesco Teselli